Maria di Portogruaro

NOTE DI REGIA

“Anche i Portogruaresi sono stati clandestini. Anche da Portogruaro alla fine dell’Ottocento, il più delle volte, si partiva poveri, analfabeti, illusi, dopo aver venduto le proprie povere carabattole…”
Certo, succedeva poco più più di cento anni fa. Ma succedeva. Non ha alcuna importanza che la storia narrata in scena sia tratta da fatti veri o meno, se Maria e Giuseppe siano davvero esistiti o se si chiamassero Fagotto o Drigo, N’Karibè, Nikonov o Gutierrez. A poco più di cento anni, la storia si ripete, ciclica, tragica e sgomenta.
Non ha alcuna importanza che i protagonisti anneghino, muoiano avvelenati da morsi di serpenti o morti di fame o ammazzati su reti di confine, falcidiati sul ciglio di una strada o di stenti raccogliendo pomodori o nel doppiofondo di un Tir. La storia contemporanea di un’umanità sofferta e offesa si ripete aldilà di ogni geografia, colore di pelle, religione o chissacchè.
Ci siamo immersi curiosi, inconsci, a capofitto nel testo di Katie cercando, con fatica, di riprendere i racconti e i ricordi dei nostri nonni e bisnonni. Questi, eravamo: Bepi e Maria, coi calli alle mani e la vita in sospeso tra illusione e debiti, polenta, speranza e tragedia. Ci siamo confrontati con cose lontane da noi, oggi: la fame, l’angoscia dell’essere lontano da casa senza comunicazioni, l’essere “schiavi” in terra straniera.
In una trama che passa in secondo piano rispetto al dramma trattato, affrontiamo un altro tema civile e forte: quello dei migranti di ogni epoca e latitudine, con attenzione, cura e stupore. Accompagnandoci insieme a ritrovare quello che, aldilà di ogni banale e sgradita strumentalizzazione, siamo stati anche noi. Noi, esseri umani.
Poco più di cento anni fa.

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Katie Fagotti con “Maria di Portogruaro” ha ricevuto riconoscimenti ai premi letterari “Alberoandronico” 2019 di Roma e “Rive Gauche” 2018 di Firenze (vedi)


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